Una campagna contro il fumo, un programma dedicato all’attività fisica, uno screening, un’iniziativa sulla corretta alimentazione o un percorso per il benessere psicofisico: le campagne di prevenzione possono assumere forme molto diverse, ma hanno tutte un elemento in comune. Per capire se sono state davvero utili, non basta averle organizzate.
Il tema è particolarmente attuale. Il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 individua infatti la salute, la sicurezza e il benessere dei lavoratori tra le sette aree prioritarie di intervento e dedica uno specifico programma ai “Luoghi di lavoro che promuovono salute”. Per il solo 2026 sono previsti 50 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare le attività di prevenzione sul territorio.
Ma come può un’azienda o una Pubblica Amministrazione capire se una campagna di prevenzione ha realmente raggiunto il proprio obiettivo?
Prima della campagna: partire da un problema misurabile
Il primo errore è scegliere l’iniziativa prima di aver individuato il bisogno.
“Promuovere il benessere” è un obiettivo troppo generico per poter essere misurato. Molto più utile è partire da una situazione concreta: scarsa adesione agli screening, sedentarietà, abitudine al fumo, necessità di migliorare la consapevolezza sui rischi cardiovascolari o difficoltà nel coinvolgere determinate categorie di lavoratori.
Il Ministero della Salute sottolinea proprio l’importanza di progettare interventi di promozione della salute basati su modelli validati, trasferibili e replicabili. Il luogo di lavoro, inoltre, offre un vantaggio importante: permette di raggiungere popolazioni definite e di effettuare follow-up nel medio-lungo periodo, verificando nel tempo l’impatto delle iniziative realizzate.
Prima di partire, quindi, è utile fotografare la situazione iniziale. Se, ad esempio, su 500 lavoratori soltanto 150 partecipano a un determinato screening, abbiamo già un primo dato di riferimento: un’adesione del 30%.
Durante la campagna: misurare quante persone partecipano
Il primo indicatore, a campagna avviata, è il più semplice: quanti lavoratori abbiamo effettivamente raggiunto?
Immaginiamo un’azienda con 500 dipendenti che organizza una campagna di prevenzione cardiovascolare. Se 300 persone aderiscono all’iniziativa, il tasso di partecipazione è del 60%.
Il numero, però, deve essere interpretato. Può essere utile verificare se la partecipazione cambia tra sedi, reparti, fasce d’età o categorie professionali. Una campagna con un buon risultato complessivo potrebbe, infatti, non riuscire a raggiungere proprio alcune delle persone a cui era maggiormente destinata.
Il dato sulla partecipazione è particolarmente interessante considerando che la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità rileva che solo il 56% dei lavoratori intervistati dichiara di aver ricevuto nell’ultimo anno informazioni sulla prevenzione degli infortuni o delle malattie professionali, mentre il 44% non ne ha ricevute. Emergono, inoltre, differenze territoriali e occupazionali nella diffusione delle informazioni.
Dopo la campagna: cosa è cambiato davvero?
Avere 300 partecipanti non significa automaticamente aver ottenuto 300 risultati.
È qui che la valutazione diventa più interessante. Una campagna di prevenzione efficace dovrebbe produrre un cambiamento rispetto alla situazione iniziale e il parametro da osservare dipende necessariamente dall’obiettivo.
Se l’iniziativa riguarda gli screening, si può confrontare il tasso di adesione prima e dopo la campagna. Se riguarda l’attività fisica, si può verificare attraverso questionari anonimi se è aumentata la quota di lavoratori che dichiara di praticarla regolarmente. In una campagna contro il fumo si possono monitorare l’accesso ai programmi di cessazione e, successivamente, l’eventuale cambiamento delle abitudini dichiarate.
Non esiste quindi un unico KPI valido per tutte le campagne di prevenzione: l’indicatore deve essere scelto prima dell’intervento e deve essere direttamente collegato all’obiettivo.
Campagne su misura: dalla popolazione aziendale ai risultati
Non tutte le campagne di prevenzione hanno lo stesso valore per tutte le organizzazioni. Prima di scegliere un’iniziativa è utile conoscere la composizione della popolazione aziendale e individuare gli interventi potenzialmente più rilevanti.
Per un’azienda con dipendenti in larga maggioranza uomini, potrebbe essere più utile promuovere, ad esempio, campagne dedicate alla prevenzione cardiovascolare o, per le fasce d’età interessate, alla prevenzione del tumore del colon-retto. In un’organizzazione prevalentemente femminile, invece, potrebbero risultare particolarmente pertinenti iniziative dedicate alla prevenzione del tumore della mammella e della cervice uterina, favorendo informazione, consapevolezza e adesione ai programmi di screening raccomandati.
La composizione della popolazione aziendale diventa quindi il primo dato da analizzare. A questo si possono affiancare età media, caratteristiche delle mansioni e, nel rispetto della normativa e della riservatezza dei dati sanitari, le indicazioni aggregate utili a individuare i bisogni di prevenzione.
A quel punto è possibile attivare la campagna e misurarne il risultato. Se prima della campagna aderiva allo screening il 32% dei lavoratori interessati e, dopo l’intervento, la percentuale raggiunge il 47%, l’azienda non può limitarsi a dire di aver “realizzato una campagna”: è in grado di rilevare un aumento dell’adesione di 15 punti percentuali.
È questo passaggio che rende la prevenzione più strategica: non proporre iniziative standard a tutta la popolazione aziendale, ma individuare i bisogni, scegliere campagne coerenti e misurare se hanno effettivamente favorito comportamenti di prevenzione.
E poi? La misurazione non dovrebbe terminare il giorno in cui si conclude la campagna.
Alcuni effetti sono immediati, altri possono essere osservati soltanto nel tempo. Per questo è utile distinguere tra indicatori di processo – persone raggiunte, partecipanti, visite effettuate, materiali distribuiti – e indicatori di risultato, legati invece ai cambiamenti ottenuti.
Una rilevazione a tre, sei o dodici mesi può aiutare a comprendere se un comportamento è stato mantenuto e se l’intervento ha generato effetti duraturi.
Anche chi non partecipa fornisce un dato importante
Un tasso di adesione basso non significa necessariamente che la campagna sia stata inutile. Può, invece, fornire informazioni preziose per progettare meglio quella successiva.
Perché le persone non hanno partecipato? Gli orari erano incompatibili con i turni? La comunicazione è arrivata troppo tardi? L’iniziativa è stata percepita come poco utile? Esistevano dubbi sulla riservatezza? Il tema scelto non rispondeva ai bisogni reali?
Un breve questionario anonimo rivolto anche ai non partecipanti può far emergere ostacoli che i soli numeri non mostrano e permettere di correggere l’intervento successivo.
Dalla singola iniziativa a una strategia di prevenzione
Una campagna efficace, quindi, dovrebbe seguire una sequenza molto semplice: individuare il bisogno, definire l’obiettivo, fotografare il punto di partenza, realizzare l’intervento, misurare partecipazione e risultati e verificare nel tempo cosa è cambiato.
È un approccio coerente anche con l’evoluzione delle politiche nazionali. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 prevede, infatti, programmi monitorati attraverso indicatori predefiniti e punta a rendere gli interventi di prevenzione sempre più strutturati, efficaci e valutabili.
Gruppo Sintesi progetta campagne di prevenzione personalizzate sulla base delle caratteristiche e dei bisogni delle organizzazioni, accompagnando aziende e Pubbliche Amministrazioni dalla definizione degli obiettivi alla realizzazione delle attività e alla valutazione dei risultati.
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